“Pippo” Nolasco da 9a!

 

Giuseppe “Pippo” Nolasco è entrato nel club del 9a. Ground Zero, il primo 9a italiano liberato da Alberto Gnerro, al Tetto di Sarre è la sua ultima fatica. Gli abbiamo fatto qualche domanda per voi.

Prima di dedicarci alla tua ultima impresa raccontaci qualcosa su di te. Come hai iniziato a muovere i primi passi in verticale?

« Ho iniziato ad arrampicare all’età di 18 anni, all’inizio ho frequentato con vari amici la maggior parte  delle falesie della Valsesia, posto in cui abito.

Poi ho scoperto che in Valsesia un gruppo di ragazzi frequentava una piccola palestra di arrampicata, cosi ho iniziato ad allenarmi con costanza e scoprire nuove falesie fuori dalle mie zone.
Le falesie che frequentavo erano quelle della Valle d’Aosta, principalmente quelle chiodate da Alberto Gnerro, mi mettevano in difficoltà, ma capivo che alzavano il mio livello di forza. Poi appena potevo mi spostavo.»
Parliamo ora del tuo primo 9a

«La via è molto strapiombante, non lascia spazio alla gestione della fatica, in un attimo ti ritrovi appeso senza poter lottare per stare sugli appigli.

Le prese sono scavate molto lontane, e per la mia altezza è stato impegnativo riuscire ad ottimizzare il più possibile i vari passaggi.
Ci è voluto un gran lavoro, ma mi servirà sicuramente per i prossimi progetti.»

 

Come mai proprio Ground zero, un tiro che possiamo considerare ormai storico? Amore a prima vista o scelta studiata?

 

«Ci sono vari motivi per cui provo una via. Un po’ per la roccia o per la via in sé,  oppure perché la falesia è comoda, magari vicino casa, un altro ancora perché il tiro ha fatto un pezzetto di storia della arrampicata sportiva.

In questo caso il motivo principale non è stato per la bellezza della via, ma lo scelta perché per me rappresenta un simbolo, fin da quando ho iniziato ad arrampicare. Quando ho iniziato ad arrampicare comprai la mia prima rivista, e sfogliando vidi Gnerro libera il primo 9a in Italia, rimasi folgorato, tant’è che mi feci portare dopo pochi giorni al Tetto di Sarre per poter vedere come era fatto un 9a, all’epoca diciottenne arrampicavo i 6c.
Poi quando arrivò l’ ora di provare un tiro di quella gradazione non avevo dubbi, se dovevo fare un 9a il primo sarebbe stato Ground Zero»
Un progetto da tempo accantonato che ritorna per diventare un successo. La salita di Ground zero è merito di un training fisico particolare o di una condizione mentale favorevole?

 

«Si accantonato per vari motivi, tra il 2010 e il 2011 dopo aver fatto 4 vie gradate 8c+ mi sentivo pronto per alzare l asticella, infatti in primavera  dopo qualche weekend che provavo Ground zero riusci ad arrivare all’appiglio finale della via, ma troppo stanco e non riusci a moschettonare la sosta, da li poi a causa di un infortunio a lavoro che durò mesi e impegni familiari non ho arrampicato per tre anni e mezzo, poi ho iniziato nel 2015 ad arrampicare e allenarmi con costanza, fino ad arrivare a questo inverno con allenamenti nuovi per me più programmati.

Il successo e stato proprio merito di questi allenamenti costanti e specifici.
Per quanto riguarda l’aspetto mentale, mi stupisco sempre della mia capacità di non perdere motivazione e determinazione anche quando non ci sono risultati positivi sui tentativi, ma cerco sempre di cogliere i lati positivi in ogni tentativo e lavorarci.»